lunedì 6 settembre 2010

Eh no!

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Mi hanno cacciato dalla Giunta, e va bene; mi hanno cacciato dal Partito, e pazienza; mi hanno cacciato dalla classifica dei 30 che contano... eh no! qui mi incazzo.
Ma come! Per mesi ho passato a quegli ingrati di piazzaroli non solo i foglietti con le news del palazzo, senza dimenticare  la ricetta dell'autentica  pasta e fagioli,  ma anche i verbali di tutte le riunioni di Giunta ancora prima  che la Giunta si riunisse, e loro così mi ripagano?   Avanti marc. Di corsa avanti - marc. Dest-riga. Sinist-riga. Fissi Obliquo a destra. Obliquo a sinistra. Segnare il passo. Segnare la corsa ...  chi ha talento e non lo tiene ben nascosto è un uomo perduto, viene messo a calci fuori dall'uscio. La società della menta inviperita, imperversa.
E' veramente un guaio!  Non mi resta che l'esilio, oppure, chissà se riuscissi a trovare rifugio in qualche sottoscala. Ecco, vuoi vedere che è arrivato il momento del rappel à l'ordre. Ed io che volevo rompere le convenzioni, uscire dai vecchi schemi, squarciare quel grigio molle che abbracciava, soffocava ogni cosa, ecco, no, non è giusto, prendo su i miei bilen e me ne vad a coltivare l'orto sociale in via Togliatti!
C'è l'accabadora nel mio futuro.

PSC, la pelle di zigrino

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Il PSC,  con il successo alle elezioni amministrative del centro-destra, direbbero, tanti dei pochi che frequentano Balzac, è Fedora.
Giovedì prossimo uscirà il secondo post sul PSC.
Aspettando Fedora,  anteprima.   Racconteremo il "caso PSC", con l'ascesa, il successo e la caduta  di un sindaco e del suo vice, non del loro architetto,  e i collegamenti  con  il potere economico, in realtà  cinque o sei danarosi fidentini in accordo con le cooperative rosso-emiliano,  attraverso l'Unieco, un colosso del settore. 
Un "caso"  che si è coagulato nell'imponente, quanto brutto,  rifacimento del piazzale della stazione, torri comprese, 
La vicenda è forse lo spaccato più rappresentativo della lotta per il potere a Fidenza; un caso nel quale si incrociano  il mondo finanziario, quello politico e quello burocratico, in cui, al di sotto dell'aperto conflitto politico, si sviluppa l'azione operante e incisiva di una sorta di "governo invisibile", egoista ed insaziabile, che tutto vede, controlla e monetizza.
Per scrivere di questo, prenderemo spunto addirittura da Balzac e dal suo  "La pelle di zigrino",  storia di un giovane che non resistendo al fascino del gioco, una sera perde tutto  e decide di suicidarsi. Attirato nel negozio d’un antiquario, vi scopre un  talismano magico, una pelle di zigrino, che sarebbe in grado di soddisfare tutti i desideri di chi la possiede, ma, al tempo stesso progressivamente si restringerebbe ogni volta causando una proporzionale riduzione della sua vita.
Insomma, rivendicando un diritto sempre meno facile da far valere; quello di non tacere,  racconteremo questa specie di melodramma alla borghigiana.  Hic sunt leones.

Di Pietro-Schifani, ovvero: il bue dà del cornuto all’asino. PS: quello della foto con Schifani non è Di Pietro ma Fassino, spiace ma in rete non abbiamo trovato di meglio.

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L’approvazione da parte di Di Pietro e dei suoi della contestazione di Schifani è, più che sorprendente, oltraggiosa. Che un avvocato schizzinoso contesti un altro avvocato meno schizzinoso per il fatto che accetta clienti poco stimabili, è già stupefacente. Infatti un penalista non potrebbe guadagnarsi da vivere, se dovesse avere come clienti solo persone perbene: esse sono raramente implicate in un processo penale. Il grande penalista quindi si occupa di assassini, stupratori, corruttori, truffatori e ladri. Non solo. La sua funzione è talmente nobile, che lo Stato è disposto a fornirglielo d’ufficio (si chiama infatti avvocato d’ufficio) quando l’interessato non è in grado di pagarselo.
Ma ammettiamo l’ipotesi di cui sopra: c’è un avvocato talmente sensibile che, pur avendo scelto la professione forense, non accetta clienti meno che specchiati. A questo punto potremmo almeno dal punto di visto psicologico capire che biasimi gli altri per non aver fatto quello che fa lui: ma se lui ha fatto di peggio?
Schifani è stato, per quanto ne sappiamo, un avvocato civilista. Antonio Di Pietro invece, dopo avere lasciato la toga, ha deciso di fare l’avvocato penalista e si è precipitato a difendere un suo amico accusato di omicidio. Dopo avere già compiuto alcuni atti corrispondenti al suo mandato ha cambiato opinione ed è andato a schierarsi con la parte civile. Cioè è andato ad accusare l’amico di cui poco prima aveva assunto la difesa e da cui aveva indubbiamente ricevuto delle confidenze. Il risultato è stato una condanna dell’ordine degli avvocati a tre mesi di sospensione dalla professione per patrocinio infedele. Di Pietro non è stato contento della condanna, è andato in appello, e la condanna è stata confermata. Ora si chiede: può un avvocato che è stato condannato per patrocinio infedele in un processo penale approvare la contestazione più dura di un altro avvocato civilista che non ha mai avuto simili condanne e non ha commesso nessun reato, anzi, nessuna scorrettezza? Come si dice, qui siamo al caso del bue che dà del cornuto all’asino.
L’iniziativa della contestazione, tuttavia, non è dell’Idv ma dei grillini. Un commento al riguardo? Meglio lasciar perdere. Quelli che seguono il caro Beppe hanno una mentalità - e una cultura politica - che fa apparire profondi pensatori gli ultras fanatici del calcio. Seguono un Masaniello dalle idee tanto elementari quanto confuse. Un Masaniello superficiale e pieno di odio. Un Masaniello che è un Masaniente.
La seconda nota riguarda la serie di accuse sanguinose lanciate da Marco Travaglio (ma non solo da lui) contro Silvio Berlusconi per aver promesso che se i dissidenti finiani tornano all’ovile saranno accolti da amici ed anche ricandidati alle prossime elezioni. Molti ne hanno concluso che “si è aperta la campagna acquisti” e Travaglio ha accennato addirittura al “frusciare di mazzette di banconote”. C’è da sorridere. Se Berlusconi avesse detto che i dissidenti finiani che rientrassero non sarebbero comunque candidati nel Pdl alle prossime elezioni, Travaglio e compagni avrebbero gridato che Berlusconi “li buttava fuori senza appello” e che, se si interrompesse la legislatura, la colpa sarebbe solo del Cavaliere. Se invece è disposto a riaccoglierli, li compra. Certa sinistra somiglia a quei giovanotti che prima propongono sesso ad una donna e poi, se lei dice di no, la trattano da complessata e da bigotta. Se invece dice di sì la trattano da puttana. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




domenica 5 settembre 2010

No alla lapidazione di Sakineh

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APPELLO PER IL RISPETTO DELLA DIGNITA' E DELLA LIBERTA' DI TUTTE LE DONNE IRANIANE

"Una donna di 43 anni, madre di due figli, Sakineh Mohammadi-Ashtiani, rischia nella Repubblica Islamica dell'Iran l'esecuzione per lapidazione (dopo aver ricevuto come "punizione" pubblica, e in presenza di uno dei suoi figli, a titolo di "esempio", 99 colpi di frusta)".
"I suoi crimini agli occhi delle autorità politico-religiose di questo paese? L'adulterio, che non è un crimine né un delitto. Ma, soprattutto, la presunta complicità in un omicidio che è stata costretta a confessare, talmente costretta che ha poi subito ritrattato".
"Cosa bisogna pensare di questi metodi diretti a estorcere pretese verità? Noi, firmatari di questo testo, facciamo appello dunque alle autorità iraniane perchè mettano fine a questo tipo di procedure, oltre che a queste punizioni inique e barbare.
Ci uniamo a tutte le iniziative già intraprese dalle organizzazioni di difesa dei diritti dell'uomo, quali Human
Rights Watch e Amnesty International, a favore della signora Sakineh Mohammadi-Ashtiani".
"Per il rispetto della dignità e della libertà di tutte le donne iraniane".

Firmatari: 
Marc Bressant (scrittore, Grand Prix du Roman de l'Académie Française), Luc Ferry (filosofo, ex ministro francese della Pubblica Istruzione), Viviane Forrester (scrittrice), Max Gallo (storico, scrittore, membro dell'Académie Française), Marek Halter (scrittore), Alexandre Jardin (scrittore), Julia Kristeva (psicanalista, scrittore), Edgar Morin (sociologo, filosofo), Gilles Perrault (scrittore), Nicolas Rey (scrittore), Elisabeth Roudinescu (scrittrice, Università di Parigi VII), Daniel Salvatore Schiffer (filosofo, scrittore), Michel Serres (filosofo, membro dell'Académie Française), Gilbert Sinoué (scrittore), Michel Wieviorka (sociologo, Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales).
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giovedì 2 settembre 2010

Cavalcare il giaguaro a caccia della zanzara tigre

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Cos'è il "frame"? Lo dice la parola stessa: una cornice. Nel nostro caso, una cornice all’interno della quale si va a comporre il dibattito politico. Creare un frame efficace significa essere capaci di usare con abilità simboli in grado di orientare le emozioni dei cittadini in maniera da predeterminare l’accettazione o il rifiuto di un argomento prima ancora di una qualsiasi analisi critica e razionale. 
In altre parole significa che "zanzara tigre", al di la delle intenzioni di chi l'ha usata (il primo fu Stefano Tanzi, quando ancora governavano le sinistre, oggi, che governa la destra, Davide Malvisi) è un esempio perfetto della potenza del frame, dove,   la semplice evocazione del nome “zanzara tigre” non può che farci istintivamente venire in mente un ronzio fastidioso, il nostro agitarsi per inutilmente allontarlo e, alla fine, fastidiosissime irritazioni che ci tormenteranno per qualche tempo. 
L'immagine della nonna, in giro per casa a caccia di mosche e zanzare con in mano una specie di racchetta da tennis elettrica made in Cina, è emblematica.
Se a questo vediamo l'amico del giaguaro, mediaticamente a cavallo della tigre-zanzara nell'arena di una "piazza" amica ("mamma, mi ha punto una zanzara!") ... al confronto,  vince Malvisi, e non c'è comunicato che tenga. 
Sveglia ragazzi! Nel linguaggio della politica ci sono parole che evocano obbligatoriamente concetti, processi mentali, sequenze di pensieri che sfuggono dal nostro controllo. Ci sono parole potenti per natura che vivono una vita propria dal momento che entrano a far parte dei nostri pensieri, e sulle quali la nostra coscienza ha ben poco controllo. E in politica vince chi costringe gli avversari a giocare sul proprio terreno. Vince chi mette il proprio rivale nelle condizioni di mostrarsi come una comparsa insignificante nel frame, creato da chi tiene il pallino in mano. Usare bene i frames significa dettare l’agenda politica, significa costringere l’avversario a giocare di rimessa.
Purtroppo, il vizio di considerare la politica come una realtà perfettamente logica e lineare, in cui la ragione conta più dell’emozione, dove ogni cosa è prevedibile (lo ripeto, per gli amici che continuano a sfornare comunicati pieni di numeri e burocratese, illudedosi che basti fornire scientificamente fatti e cifre perché il Principe Azzurro baci la sua Biancaneve) a lungo andare succederà che la favola non avrà, come tutte le altre favole, un lieto fine.
Uso l'esempio "zanzara tigre" -un esempio banale- per dire che una  contraddizione non banale, presente nella maggioranza di centro-destra, è  l'avere fatto poco per evitare che gli avversari mettessero le mani sulle parole più preziose del suo vocabolario culturale e popolare - ad esempio: "sicurezza", "viabilità" e "tasse" -; ed è anche questa una delle ragioni per cui, a volte, sembra che i principali antagonisti della maggioranza di governo della città si trovano proprio all’interno della stessa maggioranza.
Significativa l'indifferenza della politica a questo riguardo. Già, la politica! "Forte e diritta  correva la strada, l'auto veloce correva ..."


(per approfondire l'argomento "frame" si consiglia il saggio di George Lakoff del titolo "Non pensare all'elefante")

Segnalazione: piazza Pezzana, ex forno comunale - Occhio, pioveranno coppi

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martedì 31 agosto 2010

E ORA PSC

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Cos'è l'ambizione? E' solo avidità, cupidigia di apparenze e compiacenze vanitose? Quale ragione porta un medico, un avvocato, un operaio o una impiegata ad interessarsi della propria città, cioè a fare politica.  Non certo, ad esempio, per essere salutati e riveriti da persone sconosciute. Per  siffatte soddisfazioni i politici non si esporrebbero ai duri compiti della vita pubblica, di una vita cioè, senza quiete, nella quale si deve sempre lottare, spiare, mentire, porsi in agguato, cercando le tracce altrui e distruggendo le proprie; una vita nella quale si vede un nemico in ogni persona che si incontra, dove non si hanno amici ma solo complici e si deve sempre stare sul chi vive; una vita nella quale  si è villipesi, sbeffeggiati, calunniati e feriti; nella quale, insomma, lo stress è compagno quotidiano.
Si, l'ambizione, che determina chi fa politica a scegliere una vita così molesta e pericolosa, non è altro che il bisogno di sentire piena ed intera la propria personalità e magari metterla a disposizione della comunità.
Lo stesso, moltiplicato per mille, dicasi per la sete di potere. Il vero leader, il vero capo-partito non cura tanto di governare altri, quanto il non essere governato da chicchessia.
Come Giulio Cesare vuol essere piuttosto il primo in un villaggio che secondo a Roma. 
Eccola qui, antica come il cucco, la teoria dell'ambizione, il motore che muove la politica.
Invero,giova ripeterlo, ci sono anche quelli che, con umiltà e spirito di servizio,  fanno politica e hanno l'ambizione di farla per il gusto di farla. 
Poi ci sono quelli del coro e le comparse. Sempre di ambizione trattasi, ma altra storia. Queste due categorie non sono categorie di "politici" ma di "politicanti". A loro interessa ottenere impieghi e varianti, comunque privilegi,  per sé o per gli amici, insomma, a loro interessa di fare alla chetichella un buco nella botte pubblica, introdurvi una cannuccia e bere a macca. In cambio, giurano fedeltà al capo-partito che, a sua volta, li usa a  piacimento.
Il politicante non ha altro scopo, e altra missione che l'appagamento del proprio egoismo, e per conseguire lo scopo gli occorre l'aiuto dell'elettore. E questo aiuto si ottiene con le consuete promesse elettorali: il lavoro, la casa, eccetera eccetera; in cambio la preferenza.   Avuto il favore degli elettori il politicante è appagato, e l'elettore scompare dal suo orizzonte, per riapparire solo quando avrà bisogno del voto e allora reciterà di nuovo il rosario delle solite promesse.
La politica, la bella politica è altro, altrove. Magari in un blog, oppure,  dopo le 18, al tavolino di un bar.
E il Psc? Tranquilli, questo è solo l'inizio,  ne riparleremo. Presto.

PS: quanto qui scritto su politica e politicanti è un discorso generale e generico, non riguarda, a parte le ultime due righe,  direttamente la politica e i politici di Fidenza e dintorni. Se qualcuno si riconosce, beh, problemi suoi.

SE IO FOSSI BERSANI

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Del campione in caso di sconfitta si dice che “non era in giornata”. Riguardo al perdente si ha invece tendenza ad essere spietati: ci si chiede perché non si ritiri a vita privata. 
Questa durezza si osserva spesso nei confronti di Pierluigi Bersani: tutti sono pronti a spiegargli dove ha sbagliato, a dargli dei consigli e soprattutto a chiedersi chi potrebbe sostituirlo: dimenticando che atteggiamenti analoghi hanno avuto nei confronti di tutti i Segretari che lo hanno preceduto e che se un lungo sentiero in discesa ha condotto il Partito Democratico alla percentuale di appena un quarto dei votanti, non serve a nulla far finta che sia tutta colpa loro.
Bersani non ha vie d’uscita. Se fa la faccia feroce, si sorride: è il ruggito del topo. Se è moderato, lo si critica: così si farà superare da Di Pietro. Se sta zitto si dice che è insignificante. Se i media non si occupano di lui si dice che è irrilevante. Se non annuncia qualche grande iniziativa si dice che non ha un programma. Se infine esprime un’opinione, si trova subito chi lo contesta: nel suo partito infatti nessuno si crede obbligato a tacere almeno per non contraddirlo. In simili condizioni, chi potrebbe guidare un partito al successo? Se anche Bersani avesse una grandissima personalità, se fosse un genio politico e militare come Giulio Cesare, se fosse capace di suggestionare il prossimo come Adolf Hitler, non cambierebbe molto. Durante i secoli della lunga decadenza non sono mancati gli uomini eccezionali che hanno cercato di salvare Roma: ma il grande leader non può deviare il fiume della storia. Non ce l’hanno fatta Costantino, Stilicone, Ezio, Flavio Claudio Giuliano. Odoacre era all’orizzonte già alla morte di Augusto.
Pierluigi Bersani, anche ad ammettere che sia un mediocre, non è il problema: il problema è il senso della sinistra nell’epoca contemporanea.
Per decenni, il Pci ha avuto in mente un diverso modello di società da raggiungere attraverso la rivoluzione antiborghese. Caduta questa utopia, si è creduto di poter prosperare attraverso la contrapposizione tra have and have-not, cioè tra benestanti e proletari, facendosi paladini di questi ultimi: ma anche questo solco si è attenuato. Oggi i muratori hanno la licenza media e ascoltano i telegiornali; gli idraulici guadagnano più dei professori di Scuola Media; un meccanico ha le mani sporche di unto, ma per il resto è una sorta di chirurgo delle automobili. Tutti costoro da un lato sono divenuti impermeabili alla retorica di grana grossa, dall’altro non sperano più in miracolose palingenesi sociali. Anche in Italia c’è una middle class che bada alla concretezza. A Napoli la sinistra è stata sconfitta dalla spazzatura.
La sinistra non ha più sfavillanti ideali da proporre. Non può dire, con Gabriel Péri, che il comunismo è la giovinezza del mondo e non può promettere con lui lendemains qui chantent (domani che cantano). In totale non sa più che dire. Può gridare che il governo sbaglia, magari con ragione, ma agli errori riesce solo a contrapporre gli scopi da raggiungere. Parla di piena occupazione, di rilancio dell’economia, di lotta alla corruzione, di tollerabilità delle imposte, senza indicare realisticamente i modi per raggiungerli. E se i dirigenti lo facessero, susciterebbero opposizioni e contrasti già all’interno della loro parte politica. Si è passati dalla dittatura di Togliatti all’anarchia. Oggi un Franceschini azzanna tutti ai polpacci e si prende per un leader. 
La sinistra non sa che cosa opporre al sistema borghese e alla fine si riduce a dire che vorrebbe andare al governo. Per favore votate per noi. Che non è il massimo. Soprattutto quando gli avversari si trovano a disporre di un capo che è un eccezionale venditore di speranze.
Il Pd dovrebbe riunire un congresso e stabilire finalmente la propria linea politica. Non dovrebbe ancora una volta redigere un libro dei sogni come il programma di Prodi, dovrebbe invece indicare una serie di riforme particolareggiate, con gli strumenti realistici atti a realizzarle. 
Il Segretario deve essere un tattico e deve saper guidare il partito nella battaglia: ma la strategia deve deciderla il partito. 
Oggi chiunque deve dire onestamente: “Al posto di Bersani non farei meglio di lui”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Flash

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Flash. Capitava - sul cruscotto il pass dell'assessore - che gli amici si moltiplicassero e ogni parente, cliente o vicino di casa portasse con se un consiglio da dare, un amico da occupare, una richiesta da soddisfare, qualcuno da presentare, qualcosa da lamentare. un futuro da prevedere... come se non bastasse un presente da modificare.
Smemorato di tutto, nonostante il traffico di facce e strette di mano,  capitava, forse per una ancora non scoperta legge  della fisica, non volessi più vedere ma  essere visto.
Senso del ridicolo? Un assessore non deve provare simili debolezze. Necessari: garbo, ipocrisia, senso della misura, pazienza, insensibilità, educazione.
Altro flash. Senza pass, nemici si moltiplicano. Lo sputtanamento, rigorosamente piazzista e anonimo,  viaggia on line: quello insulta, quell'altro scrive che sei un incapace, un voglia di far niente, uno che combina disastri,  le amiche diventano amanti e una schweppes si trasforma in grappa.

Dal vivo la questione cambia, anzi, si rovescia.
Insomma,  in questo intrecciarsi del prima e del dopo, un poco come l'uccellino azzurro di Maeterlinck,   la possibilità di essere se stessi - ricercata, desiderata - diventa evanescente, inafferrabile, ovviamente enigmatica; bizzarra come un capriccio, leggera come un batter d'ali.
Essere se stessi in rapporto con gli altri, insieme eguali e  differenti, liberamente confrontarsi, cioè conoscersi; talmente libero che se l'altro ha ragioni convincenti, sono disponibile ad essere convinto, insomma mi lascio la possibilità dubitare. Poi,  sono liberale e mi riconosco politicamente a destra perché conosco la sinistra e i suoi 64 anni di governo della città;  nonostante tutto, a destra c'è  più libertà,  anche quando capita a discapito.

lunedì 30 agosto 2010

Signori si nasce ed io lo nacqui...

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